In uno scenario segnato da tensioni geopolitiche, aumento dei costi delle materie prime e rallentamento dei consumi, Industrie Chimiche Forestali chiude il 2025 con risultati solidi e rafforza il proprio posizionamento grazie a una strategia basata su diversificazione e flessibilità operativa. A fare la differenza è la capacità di bilanciare il calo di alcuni settori, come calzatura e pelletteria, con la crescita di altri, come quello delle “applicazioni industriali”. «La diversificazione per noi è un elemento chiave di resilienza: quando un mercato rallenta, altri compensano», commenta l’amministratore delegato Guido Cami.
Il 2026 si è aperto in continuità con l’anno precedente sino al 28 febbraio, ma con nuove incognite legate al rincaro delle materie prime e alle tensioni internazionali dal 2 marzo. «Oggi è difficile fare piani di lungo periodo: bisogna procedere per gradi, mantenendo un approccio industriale e sostenendo i clienti». In questo contesto, sostenibilità, certificazioni e capitale umano diventano leve strategiche per superare le complessità del mercato.
I risultati del 2025 riflettono la capacità di ICF di crescere anche in contesti complessi. Come considera i risultati dell’ultimo Bilancio?
Il 2025 si è chiuso con risultati che considero positivi, soprattutto se li leggiamo alla luce del contesto generale. Non è stato un anno semplice: abbiamo avuto tensioni geopolitiche rilevanti, dinamiche inflattive ancora presenti e un mercato finale indebolito dal calo del potere d’acquisto.
In particolare, abbiamo visto una flessione importante nei settori della calzatura e della pelletteria, che per noi rappresentano una quota significativa del business. È un fenomeno che non riguarda solo la nostra azienda, ma l’intero comparto, sia nel segmento lusso sia in quello tradizionale.
Allo stesso tempo, però, altre aree hanno registrato performance positive, in particolare le applicazioni industriali, l’automotive ed alcune nicchie legate al packaging. Questo ci ha permesso di compensare e chiudere l’anno con un equilibrio complessivo soddisfacente.
Quanto ha inciso la diversificazione del business sulla tenuta dei risultati?
Ha inciso in modo decisivo. La diversificazione è da sempre uno dei pilastri del nostro modello. In fasi di mercato favorevoli può sembrare più complessa da gestire rispetto a un’organizzazione focalizzata su un solo segmento, perché richiede competenze, processi e strutture più articolate.
Nei momenti di difficoltà, però, emerge tutta la sua forza. Operando in più settori, dalla calzatura alla pelletteria, fino alle applicazioni industriali, al flexible packaging e alla gloss lamination, riduciamo il rischio che una crisi colpisca in modo uniforme tutto il business.
È un modello che ci consente di distribuire il rischio e di mantenere una maggiore stabilità nel tempo. Se fossimo concentrati su un solo mercato, oggi probabilmente saremmo molto più esposti.
Il 2026 si è aperto in continuità con lo scorso anno o ci sono stati cambiamenti?
L’inizio del 2026 è stato sostanzialmente in linea con il 2025, almeno fino alla fine di febbraio, sia in termini di volumi sia di marginalità. A partire da marzo, abbiamo assistito a un aumento significativo dei costi delle materie prime, legato alle tensioni internazionali e in particolare a quanto sta accadendo in Medio Oriente. Questo ha avuto un impatto immediato su tutta la filiera.
Noi abbiamo scelto un approccio industriale: abbiamo sfruttato le scorte disponibili e diluito nel tempo gli adeguamenti di prezzo. Questo ha generato un anticipo degli ordini da parte dei clienti, che hanno cercato di approvvigionarsi prima dei rincari. Il primo trimestre si è chiuso bene, ma sarà il secondo a dirci quanto riusciremo a gestire l’equilibrio tra aumento dei costi e tenuta della domanda.
Quanto pesa oggi il contesto geopolitico sulle vostre attività?
Pesa in modo rilevante e su più livelli. Da un lato incide direttamente sui costi, soprattutto delle materie prime e delle energie. Dall’altro genera instabilità e incertezza, che si riflettono sulle decisioni di investimento e sulla domanda finale.
In alcuni casi osserviamo anche dinamiche speculative lungo la filiera, con aumenti che vanno oltre le reali variazioni di costo. Questo rischia di creare un circolo vizioso: prezzi più alti, domanda più debole e ulteriore pressione sulle imprese. Il rischio, soprattutto per il sistema industriale europeo, è di perdere competitività e di spingere alcune produzioni verso aree geografiche meno regolamentate.
Come state affrontando questa fase di incertezza?
Con un approccio molto concreto e industriale. È difficile pianificare a lungo termine, quindi lavoriamo per obiettivi di breve periodo, monitorando costantemente il mercato. Cerchiamo di mantenere equilibrio tra sostenibilità economica e supporto alla clientela.
L’obiettivo è mantenere continuità e fiducia, elementi fondamentali in un contesto instabile.
Come si traduce in azioni il concetto di flessibilità operativa?
Nel momento in cui alcuni settori hanno rallentato, abbiamo attivato strumenti come la cassa integrazione per tutelare i lavoratori, ma allo stesso tempo abbiamo riallocato risorse verso aree in crescita. Questo è possibile perché abbiamo mantenuto una struttura organizzativa snella e un forte orientamento al fare. Le decisioni vengono prese rapidamente e implementate con altrettanta velocità.
Inoltre, lavoriamo molto sulla polivalenza delle competenze, così da poter spostare i nostri addetti produttivi tra diverse attività, in base alle esigenze del momento.
Che ruolo giocano sostenibilità e certificazioni nella vostra strategia?
Negli ultimi anni abbiamo investito in modo significativo per adeguarci alle normative europee in materia di sostenibilità, tracciabilità e impatto ambientale. Questo comporta costi, complessità organizzativa e impegno continuo, ma rappresenta anche un fattore distintivo.
Sempre più clienti, soprattutto nei settori più strutturati come la moda, il lusso e l’automotive richiedono standard elevati e verificabili. In questo senso, le certificazioni diventano una sorta di “passaporto” per operare su determinati mercati. Possiamo dire che da vincolo si stanno trasformando in opportunità, creando una barriera all’ingresso che premia le aziende più strutturate.
Guardando al futuro, dove vede le principali opportunità di sviluppo?
Le opportunità stanno nella capacità di continuare a evolvere il modello. Da un lato proseguiremo nel percorso di diversificazione, sviluppando nuovi segmenti come quello per le applicazioni industriali. Dall’altro continueremo a investire su qualità, sostenibilità e servizio al cliente.
In un contesto incerto, la crescita non passa solo dall’espansione dei volumi, ma anche dalla capacità di posizionarsi su segmenti a maggiore valore aggiunto e meno esposti alla volatilità.